Se fino agli anni ‘60 e ‘70 la psicologia era chiaramente vista e proposta come un’avventura conoscitiva, volta a conoscere ed esplorare le proprie emozioni, i conflitti interiori, le modalità relazionali e la propria implicazione entro i contesti sociali e politici, a partire dagli anni ‘80 la psicologia ha iniziato a pensare se stessa come una professione medico-sanitaria che cura rimuovendo dei sintomi.
A partire dagli anni ‘90 la psicologia ha sempre più emulato la professione medica, sovrapponendosi totalmente con la pratica della psicoterapia, nell’ipotesi di curare per guarire e non di curare per conoscere. Questo ha comportato una sempre maggiore confusione tra psicologo, psicoanalista e psichiatra. Ma soprattutto ha comportato una rinuncia alla valorizzazione della soggettività da parte della psicologia, a vantaggio di una psicologia che promuove il miglioramento performativo di sé.
Un’immagine per noi molto divertente di questo cambiamento della psicologia è nel film di Neri Parenti “Fantozzi alla riscossa” del 1990.
In questo vignetta il Ragionier Fantozzi, va dallo psicoanalista perché ha un vissuto di inferiorità.
Dopo aver raccontato tutto di sé allo psicologo gli chiede a voce bassa: “Mi dica che non sono una merdaccia”.
Lo psicologo in modo fermo gli dice: “Lei non deve mai più dire quella parola”.
“Ma non sono io. Sono gli altri che lo dicono…” di il ragioniere.
“Lei non li ascolti. Lei non deve cercare alcuna rivalsa. Lei si deve accontentare per quello che ha e deve accettarsi per quello che è”.
Quindi Fantozzi un po’ deluso riconosce: “Ma così non riuscirò a risolvere il mio complesso di inferiorità”.
A questo punto il verdetto finale. “Lei non ha nessun complesso d’inferiorità. Lei è inferiore!”.
Questa vignetta è geniale perché quando le nostre paure vengono raccontate dall’arte riusciamo a riconoscerle e pensarle senza sentirci in pericolo.
In questa vignetta, lo psicologo fa una diagnosi che è a cavallo tra una definizione classista della persona e una diagnosi di psicopatologia, i vissuti vengono trasformati in fatti, come fa la nostra mente, che ci fa sentire i nostri timori come se fossero reali.
In questo senso, le etichette, anche se apparentemente danno soluzioni, promettono di farci conoscere le cose dando loro un nome, ma si tratta di una conoscenza che chiude il discorso, non lo apre.
Questa vignetta raffigura bene quello che sembra essere accaduto nella recente storia della psicologia. La psicologia ha sempre più emulato la professione medica e sempre meno preso ispirazione dalle scienze sociali, investendo sempre meno nell’esplorazione della soggettività delle persone.
A partire dal 2020, contestualmente al lockdown, c’è stato un rinnovato interesse pubblico per la psicologia, interesse che si può riscontrare dalle numerose piattaforme di psicoterapia nate online.
A distanza di 35 anni la psicologia si ritrova però sempre a dover scegliere cosa fare sullo stesso dilemma: i sintomi, di cui capiamo sempre troppo poco, vanno rimossi, oppure va dato loro un senso?
Oggi dalla psicologia ci si aspetta che risolva i problemi, faccia sparire i sintomi e che ripristini la situazione precedente alla nascita di un problema. Ma siamo sicuri di voler ripristinare la situazione precedente? Non è forse la situazione precedente stessa che ha fatto nascere il problema?
